DALLA MEMORIA ALLA MATERIA
VALLE LANZI E POZZO EARLE
I segni dell'uomo. Le foto di Giovanni Breschi
di Andrea Semplici
Nel 2006, 30 anni dopo la chiusura delle miniere, un fotografo si aggira per i vecchi impianti, per gli
spogliatoi abbandonati, per le sale macchine coperte dalla polvere. Si sofferma di fronte allo Zero fisso di
un contatore. è tentato di indossare delle cuffie anti-rumore rimaste appese a un chiodo. Sono i segni dell'uomo.
è memoria. Ma è anche materia che, lentamente, si trasforma. Anzi, in tre decenni, si è già trasformata.
Allora Giovanni Breschi, grafico e fotografo fiorentino, scatta. Inquadra macchie di ruggine su
una lamiera, ritrae l'incastro confuso di ingranaggi bloccati, legge gli inutili cartelli che avvertivano di
pericoli che più non ci sono. Fotografa quella polvere e quella ruggine. Trova una cassetta colma di
grossi dadi dalla filettatura spessa. A un certo punto è come se riapparissero anche quei minatori (non ci
sono uomini nelle sue foto, ma la loro presenza si intuisce) che ogni mattina mettevano in movimento
l'argano o i compressori. Li vedi compiere gesti quotidiani. Li immagini. Eppure queste foto (sono esposte
al piazzale dei Lanzi, a fianco dei vecchi impianti di flottazione della miniera e alla stazione di arrivo
del trenino della galleria dell'Ortaccio) sono anche quadri astratti. Come se, davvero, la trasformazione
della materia avesse raggiunto un altro livello. Quando ho visto la prima volta le foto di Giovanni ho pensato
a quadri. Non erano meccanismi industriali, erano creazioni della fantasia robotica di Paul Klee o di
Vasilij Kandisnkj. Erano macchie di colore. Geometrie iperrealiste.
Uno strano destino avvolge quanto rimane dopo una 'dismissione': quegli impianti (nastri trasportatori,
macchine rumorose, cinghie, cavi, compressori) cambiano davvero. Prima hanno potenza. Sono lavoro.
Vita di decine e decine di uomini. Possono far nascere sensazioni di potere o di ostilità (chi definirebbe
bella una fabbrica o una miniera durante gli anni della fatica? Le miniere in attività fanno subito pensare
allo scempio ambientale). Poi le miniere chiudono. E allora, come un rito, si lotta per cercare di farle sopravvivere,
si perde quella battaglia (era una battaglia persa) e gli impianti vengono abbandonati. E loro,
ferraglia intrisa dell'anima dei minatori, sono liberi di trasformarsi: gli archeologi industriali vi si aggirano
incuriositi e beati, mentre gli artisti, come i fotografi, ci trovano istanti di perfezione. Le foto di Giovanni Breschi sono memoria e arte.
Tratto da: Guida del Parco Archeominerario di San Silvestro, 2011
Parchi Val di Cornia S.p.A.